
Iniziamo un nuovo appuntamento per raccontare luoghi della nostra terra, l’Irpinia, silente e dolente, dove la resilienza delle sue genti si sposa con la bellezza della natura, spesso, incontaminata.
Andiamo, oggi, alla scoperta della parte più remota, al confine con Daunia e Vulture.

Alla scoperta della terra d’Irpinia posta al confine con Vulture e Daunia
Quei pochi i luoghi dove il tempo si è fermato regalano il viaggiatore l’incredibile emozione di assaporare un’altra dimensione temporale.
Talvolta, come accade a Conza, è un viaggio attraverso le epoche susseguitesi e le cui tracce convivono assieme, complice l’orologio che, in quello che fu il sito originario, si è fermato in una sera d’autunno del 1980.
La nostra destinazione fu conosciuta nell’antichità come Compsa.
Dalle sue alture si ammira Cairano, arroccata sulla spettacolare rupe di fronte, e, guardando verso valle, il lago di Conza, meglio la diga situata nel territorio di questo comune e dove, fino agli anni ’70, si trovava una fertile area rurale e non mancavano vigneti.

È questa la cartolina, immersa nel silenzio, che puoi ammirare dalla terrazza dell’Antica Trattoria Pizzeria Zi’ Michelina, dove il moderno viandante può gustare la cucina della tradizione, trionfo di eccellenze del territorio e con un giusto rapporto qualità-prezzo.
L’attenzione e la cura dello chef Angelo per gli ingredienti è improntata alla stagionalità.
Il menù prevede numerose specialità, paste fatte a mano, carne alla griglia, ma è il baccalà il vero fiore all’occhiello, con le sue tante varianti: baccalà alla pertecaregna, baccalà fritto, baccalà all’insalata e in umido, tutte pietanze tipiche della tradizione irpina. A cena non manca, poi, l’opportunità di ordinare un’ottima pizza napoletana.
Una buona tavola è, però, anche scelta di un vino, che non sia comune bevanda, ma espressione di una storia autentica di persone e territorio.
Fra i bianchi, abbiamo scoperto anche qualche bottiglia di Fiano di Avellino Terredora di qualche anno fa e che ci ha regalato bell’emozione che spazia fra freschezza e complessità, trionfo di vibrante mineralità. All’incantevole evoluzione del Fiano, uno dei bianchi longevi d’Italia, contribuiscono, infatti, alcune caratteristiche che rendono unica la viticoltura irpina: suoli arricchiti dalle eruzioni del vicino Vesuvio nel corso dei millenni, escursioni termiche e altitudini delle vigne.
Non manca la scelta di etichette di Aglianico, fra cui spicca l’Aglianico Irpinia Doc Corte di Giso, ottenuto in seguito ad anni di studi e sperimentazioni sull’adattabilità dell’Aglianico in Irpinia. Un vino strutturato, di corpo, piacevolmente morbido e dalla notevole longevità.

Splendore e abbandono si sono alternati in questo luogo, il tutto stratificato in pochi metri quadrati di spazio. Una visita è qui un viaggio alla scoperta dei lasciti risalenti ad epoche diverse e riportati alla luce negli anni. Le prime testimonianze erano a tratti visibili già nelle fondamenta delle case che costituivano il borgo novecentesco. Compsa era posta su un altopiano che dominava la Valle dell’Ofanto, valico naturale fra la costa tirrenica e quella adriatica.

Salendo verso il borgo abbandonato
Nell’antichità fu insediamento posto a controllo di territori differenti e, dunque, luogo d’incontro tra culture diverse, provenienti dall’antica Daunia, dalla Lucania e dall’Irpinia.
La presenza umana risale al neolitico, ma è dall’Età del Ferro che si fa più consistente, come attesta una necropoli ritrovata alla base del pianoro dove sorge il paese.
L’antico centro entrò, poi, nell’orbita di Roma, dopo le sconfitte patite dai Sanniti.
Fra III e I sec. a.C., si alternano pagine di fedeltà a tentativi di liberarsi da questa egemonia.
L’antica città di Compsa compare, infatti, nella testimonianza dello storico Livio che narra della sua defezione in favore di Annibale nel 216 a.C. e della sua riconquista due anni dopo.
Ai tempi della guerra sociale si schierò contro il senato romano, ma, pur sconfitta, riuscì a farsi attribuire lo status di municipium ascritto alla tribù Galeria. A quest’età tardo-repubblicana, corrispondono i resti del Foro con tracce di una pavimentazione sottostante a spina di pesce, che sarebbe riferibile al precedente insediamento sannita.
Anche nelle vicende che portarono alla dissoluzione dell’Impero Romano d’Occidente Compsa mantenne la sua importanza. Diventò, infatti, roccaforte dei Goti in ritirata e, pochi anni dopo la riconquista romana, divenne dominio dei Longobardi. Siamo nel VI sec ed è in quel periodo che il centro del potere passò definitamente dalla parte bassa, dove era il Foro Romano, alla parte alta, con l’istituzione della Sede Arcivescovile.
Con il nuovo millennio, arrivarono i Normanni, ma i numerosi terremoti ne segnarono il destino.
Il paese venne ricostruito più volte intorno a fortilizio, assumendo il classico aspetto di borgo medievale, cinto da mura. Fino alla fine del XVII secolo, la Contea di Compsa fu retta dalle famiglie Del Balzo, dai Gesualdo e dai Mirelli-Carafa. Proprio sotto il dominio dei Gesualdo, il centro abitato crebbe per popolazione e raggiunse una nuova prosperità, grazie anche alla ricchezza e al potere di questa famiglia, conseguenza della loro abile politica di alleanze e matrimoni. La città era circondata da una potente cinta di mura, le strade conservavano la pavimentazione di età romana, oltre a diversi ruderi di edifici antichi. Sulla sommità della collina sorgeva il palazzo baronale, disposto intorno a un cortile, dal quale si accedeva anche al vicino giardino, coltivato in parte a vigneto e in parte a frutteto. Il palazzo era, però, quasi sempre disabitato perché i feudatari preferivano abitare nei castelli di Gesualdo o di Calitri, più comodi in tempo di pace e più sicuri in tempo di guerra. Scelsero, invece, Conza per edificare la loro cappella gentilizia per le sepolture di famiglia, vista la bellezza della cattedrale della Vergine Assunta.
Con i due terremoti del 1561 e del 1627 iniziò una nuova fase di declino abitativo. A seguito del devastante sisma del 1694, la cattedrale venne ricostruita per intero, mantenendo la forma che si è conservata fino al novembre del 1980. Nella sua fabbrica furono recuperati molti lasciti di epoche precedenti, compresi alcuni degli elementi della cappella dei Gesualdo.
Nel secolo scorso, il centro urbano conobbe una nuova espansione urbanistica grazie ad un aumento demografico costante fino agli anni tra il 1965 e il 1970 quando, a causa della situazione occupazionale sempre più complessa, si registrò un brusco calo degli abitanti, ma fu l’ultimo sisma del 1980 a portare morte e a decretare il definitivo abbandono del centro abitato, quello stesso che dà modo all’odierno visitatore di vedere uno spaccato pressoché rimasto immutato della vita in quegli ultimi istanti.

Particolare di Conza Vecchia
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